Dei treni

Quest’anno per motivi di lavoro mi è capitato di prendere parecchi treni. Milano, Bologna, Torino. Frecce rosse, bianche, argento e gialle a gògò.

Devo dire che prendere il treno mi piace. E’ semplice raggiungere la stazione, con un tram che passa direttamente davanti casa mia, e all’arrivo mi trovo già in centro città pronta ad imboccare la prima metro utile.

La stazione Termini è un’allegra fucina ricca di spunti folkloristici e multiculturali: tanti simpatici venditori ambulanti, distinti Rom che si offrono di aiutarti nelle operazioni di stampa del biglietto in cambio del tuo portafogli o che addirittura ti caricano i bagagli sul treno, al modico compenso del borsello di tuo marito o del tuo beauty Sephora paillettato, sfilati via al primo attimo di distrazione.

Se per caso ti capita di dover spostare l’orario di partenza o chiedere qualche informazione, stai sicuro che non avrai mai meno di 500 numeri davanti a te, e dopo aver eroicamente resistito per i primi 200, spostato il peso da una gamba all’altra, ascoltato l’intera compilation sull’iPhone, letto i cartelloni pubblicitari e il bugiardino della scatola di Moment Act dalla borsa, anche tu crollerai per terra stile homeless, seduta scompostamente accanto al viaggiatore che ti sembrerà meno spaventoso: ascella pezzata e sandalo con calzino bianco batte psicopatico con occhiale da stalker 1 a 0.

Per sicurezza arrivo sempre una buona mezz’ora prima: giretto veloce a L’Occitane en Provence e immersione furtiva nella boccetta di Magnolia prima che la commessa fiuti la mia presenza e mi proponga senza insistere la nuovissima linea di diffusori per ambiente alla foglia di fico; Borri Books al volo, per evitare di essere risucchiata dalla ricchissima scelta di volumi del piano di sotto e rischiare di dimenticarmi persino come mi chiamo; Cafè Express per acquistare una bottiglietta d’acqua ed uscirne ogni volta con un biberon da un litro e mezzo di acqua Panna (che ODIO) perché il distributore automatico è sempre, tassativamente, bloccato.

In attesa davanti al tabellone, non appena si illumina il numero del binario prescelto mi accodo agli altri viaggiatori che ordinatamente, senza correre per niente e senza travolgermi con trolley Carpisa di varie fatture e grandezze, si dirigono verso il treno.

Di solito scelgo il posto finestrino: adoro immergermi nei miei pensieri guardando la campagna che scorre veloce con della buona musica nelle orecchie, e al momento giusto poggiare la fronte sul vetro per un buon sonnellino ristoratore: è lì che il solerte controllore Fs Trenitalia giunge al mio posto, e dopo vari tentativi per attirare la mia attenzione è costretto a strattonarmi per la manica e sorridere ebete chiedendomi il biglietto. Se sono sveglia invece lo freddo prima che possa aprir bocca con un indecifrabile codice alfanumerico (il PNR o penultima lettera del codice di prenotazione, n.d.r.), capace di far strabuzzare gli occhi al passeggero di fronte, certo di aver appena visto compiersi un rito misterioso e incomprensibile, uno scambio di parole d’ordine tra agenti segreti, un losco affare insomma. Inizia quindi a guardarmi in cagnesco e, su richiesta del biglietto, tira fuori un atto di compravendita immobiliare di 200 pagine, rilegato e con intarsi in filigrana oro e marche da bollo, il tutto conservato in una cartellina in plastica trasparente come fosse una reliquia con su scritto “Agenzia di viaggi Collina Felice prenotazione “advanced booking 90 days” Sig. Guglielmo Randone”. E pensare che credevo di essere un tipo ansioso.

Il viaggio continua sereno e non appena riprendi sonno ecco che un gioviale signore napoletano decide di raccontare a tale Marisa e al vagone intero, con dovizia di particolari, la sua ultima visita dal dentista, arricchendo la descrizione con espressioni onomatopeiche, metafore e non meglio precisati intercalari del suo adorabile vernacolo. Neanche i Pantera sparati a palla nelle orecchie riescono a sovrastare il volume della sua voce.

Improvvisamente poi, tutti cominciano ad agitarsi: sbadigliando guardo l’orario, mentre le valigie crollano dalle cappelliere e la gente si ammassa verso l’uscita. Mancano 20 minuti all’arrivo. Vorranno guadagnare una buona posizione nella fila per i taxi, penso io. Impossibile andare in toilette per una ritoccatina prima dell’arrivo, il corridoio è completamente intasato. Alla fine riesco a scendere, con il mio piccolo Trolley Fergi blu e rosso, la mia borsetta e le cuffie sempre nelle orecchie, mentre la gente mi sfreccia nervosa da ogni lato.

Ma che c’avranno tanto da correre questi? C’è un premio a fine giornata?

Passo da Hudson News per una lettura veloce delle principali testate di Gossip, un caffè e con il sole in faccia (o nel cuore, se piove-cioè sempre-) sono pronta ad affrontare la mia giornata di lavoro. Felice, nel bene e nel male, di poter assistere ogni giorno al grande miracolo delle diversità umane, e ringraziando Dio di fornirmi sempre e al momento giusto abbonanti quantità di numeri da contare, di respiri profondi e aforismi di Osho.

Ps: non sono proprio sempre sempre così zen eh

Chiedete al mio coinquilino quando prova a parlarmi la mattina.

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Dei treniultima modifica: 2014-07-10T00:03:49+00:00da dfronteddu
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