Delle attese

Spense la luce ed uscì sul piccolo balcone all’ultimo piano.  Il cielo e la linea dell’orizzonte sparirono nei suoi occhi.

Il tramonto era da sempre il momento più atteso. Le dava una sensazione di rinascita, di pace dopo le ore ansiose della metropoli.

Le ricordava la casa in quel piccolo paesino della campagna ligure. La stanzetta da adolescente, la finestra aperta sulla siepe perfettamente potata e sul sole che stingeva piano nella sera. I due gradini scalcinati davanti la porta d’ingresso, lei seduta con il libro di latino sulle gambe a nascondere tra le pagine minuscoli petali di margherita, il gatto nero che sfrecciava per il cortile inquietando le vecchie galline della vicina.

Fissava i piccoli cumuli di fiori rosa calpestati malamente sull’asfalto ora, gli ombrelli muoversi casuali per i marciapiedi, ipnotizzata da quella danza imperfetta.

L’aria fresca e forte sapeva di cose rassicuranti, e la pioggia continuava ad andare giù a piccoli aghi fitti e regolari.

La vita le scorreva distratta sotto i piedi,  incurante di lei, del suo corpo, dei suoi pensieri adesso immobili.

Immobili e lontani chilometri di attesa, di ore piene di tempo, di frasi sconnesse, di desideri ineffabili.

Che importanza ha quanto sono smisurati i sogni. Se traballano, se stonano provando note più alte, se avanzano irrequieti e sgangherati un giorno e poi l’altro ancora e quello dopo.

Nell’attesa essi si realizzano ed esistono pienamente. Nell’attesa vivono, con la stessa identica intensità di ciò che è reale.

Con quella stessa forza con cui stringeresti la sua mano nella tua. La stessa urgenza di un suo abbraccio; scusami, volevo solo dirti, aspettavo te.

 

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Della corsa

E allora si alzò e mise le prime cose arraffate dall’armadio, sperando che quegli abiti anonimi la rendessero invisibile; raggiunse il portone, l’aria ancora gelida del mattino e cominciò a correre.
Corse oltre il parco, oltre la vecchia casa, oltre quella strada.
Corse fino all’ultimo pensiero, a tutte le parole, fino a ciò che restava del sole.
Poi si fermò a sedere, senza sapere dove nè quando fosse, e si sentì così leggera.
Come se il dolore si fosse consumato sotto le suole delle sue scarpette bianche ormai logore.
Penso’ che correre fosse una cosa buona. L’invenzione di un qualche Dio giusto.
Era come rimettere in pari i conti.
Ripartire da zero.
Come se la vita le offrisse ogni volta un’altra chance.

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Di Roma

Era un caldo settembre di qualche anno fa in via Poggi d’Oro, e tu eri cosi immensa ai miei occhi, cosi’ spaventosa.
Il pensiero di casa mi confortava e rincuorava in ogni giorno difficile, ma tu eri gia’ casa.
Avrei imparato a conoscerti, avrei guidato sicura di notte, come adesso, e sarei rimasta a contemplare la tua bellezza ogni volta con lo stesso identico stupore, ed ascoltato note nel silenzio delle strade e delle lunghe ore sonnolente, e pensato che la vita era cosi perfetta
in quella stasi apparente.
Un’istantanea di respiri e passi appena passati, di parole diventate eco, di storie sbiadite, di gocce di pioggia perdute su foglie accartocciate ai lati di marciapiedi, di mani che si toccano e vite che si consumano. Gli anni scivolano su di me, ad uno ad uno, e tu rimani zitta, immobile, in attesa della prossima notte, di quella dopo ancora; perche’ tutto cambi eppure resti immutato. Crediamo di cambiare ma ci accompagnamo, fino alla fine, ai nostri fantasmi, alle nostre inquietudini.
Chissa’ se qualcuno, alla fine, potra’ dire di aver, davvero, imparato a vivere.

 

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Del tempo. Della fluidità delle cose.

La cosa più strana di quest’ultimo periodo della mia vita è stata dover accettare che alcune certezze, incrollabili e indiscutibili ai miei occhi, non avessero in realtà alcun fondamento. Come la storia del buttarsi tutto alle spalle.

Credevo fosse giusto, persino normale e naturale, cancellare. Le esperienze negative. Un amore sbagliato. Un’amicizia deludente. Un lavoro pesante. Via, si resetta, con fermezza.

Chiusa una porta si apre un portone. Indietro non si torna.

La vita va avanti. E macina tutto.

Coriandoli di storie passate al tritadocumenti e soffiati via in un vortice di luci. Un ‘orgia di facce, immagini, rumori, parole.

A volte abbiamo le cose sotto il naso e neanche ce ne accorgiamo, presi come siamo a non fare tamponamenti multipli in tangenziale e a contare fino a 1000 anche 2000 per non sbroccare alla vecchietta che ti passa avanti in fila alla posta.

Un giorno su Mtv  Giorgia canta

“…Come ero me lo ricordo ancora

quando dicevo che il tempo ti consola

e ora so che il tempo non cancella nienteeee…”

Alzo il naso dal Mac e fisso lo schermo incredula. Un’illuminazione. Un’adolescenza intera a scrivere “Panta Rei” sulla Smemoranda (tra l’altro interpretandolo in modo sbagliato, ma faceva figo così) e a sentirsi dire “Eh, il tempo è un grande dottore, guarisce tutte le ferite” e arriva questa, senza preavviso, a farti vacillare il terreno sotto i piedi. Adesso si spiega tutto. Adesso capisco perché è un anno che corro corro, per andare chissà dove, smuovo faccio dico cerco dibatto sudo e poi mi fermo e mi accorgo di stare sulla ruota del criceto. Senza neanche quel poveraccio del criceto: almeno, mal comune mezzo gaudio.

Mi sale una rabbia mista ad emozioni diverse. Potevate dirmelo prima! Che le ho sbattute a fare le porte in faccia? A cosa è servito dire “Mai più!”, aver pianto e urlato al vento “Chi me lo ha fatto fare!” “Averlo saputo prima!” “Ah ma non ci casco più!” “Non mi rivedi manco in cartolina” “Quanto tempo perso”  e tutto il resto del repertorio. A che serve.

Ogni respiro. Ogni persona che entra nella nostra vita. Ogni stretta di mano, ogni abbraccio. Ogni parola. Ogni strada che percorriamo. Ogni luogo, reale o solo immaginato. Ogni pezzo di vita sul quale chiudiamo gli occhi ogni sera, quando soli o abbracciati a qualcuno rimbocchiamo la coperta sui nostri cuori, farà per sempre parte di noi. Per sempre. Certo, il ricordo si farà sbiadito, alcuni più di altri, magari non ci penseremo per un giorno, o per anni, ma ciò che siamo è il risultato perfetto e sputato di tutto ciò che abbiamo vissuto, delle persone che abbiamo incontrato, di chi abbiamo amato.

La vita è fluida. Gira, scorre, ritorna e rigira ancora. Ritornano le persone nelle nostre parole, in quello che diciamo. “Rubiamo” dagli altri. Conoscenze, sensazioni, atteggiamenti. Viviamo, e facciamo quello che ci sembra giusto, ma pensare di non essere un perfetto mix del nostro passato è una follia. Significa rimanere prigionieri dei ricordi. Li cacci e poi, quando pensavi di averla fatta franca, eccoli pronti a ricaderti addosso tutti insieme.

Non possiamo andare avanti se non ci perdoniamo. Se non accettiamo che alcune cose siano accadute perché dovevano accadere. In barba a noi stessi, al fato, al destino e persino a Dio, la vita a volte è solo il risultato del caso e delle alterne fortune del tempo. Tante cose ci faranno così male, così male. Tante cose ci sembreranno gratuite. Tante cose ci batteranno così forte che penseremo di aver toccato il fondo. E invece ci batteranno ancora e ancora. E poi torneranno e saranno la nostra ragione di vita.

Lo visualizzo come un grande abbraccio, in cui cerco di far entrare tutto. La Daniela di ieri, e quella di oggi. Quella che faceva i figurini con Gira La Moda, e collezionava le rubriche di Rosanna Lambertucci. Che faceva la scema per villaggi ballando “La Bomba” e davanti 1000 persone a seguirla. Che gioia! Che si inventava le storie e leggeva di nascosto fino a notte fonda sotto le coperte. Sono ancora lei! In eterno, non-finito tentativo di equilibrio tra la perfezione e il disastro. Tra il nero e il bianco senza possibilità di grigi. Un pò cinica, un pò disincantata. Ma che conosce un solo modo di amare: tanto, troppo, ogni giorno di più.

 

ps: ogni tanto “Mai più” c’è stato tutto però. Eh.

 

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Delle verità (e degli errori)

(liberamente ispirato al celebre “Le cose che ho imparato dalla vita”-erroneamente attribuito a Paolo Coelho- del poeta e scrittore Octavian Paler)

Ho imparato che le parole contano: ti fanno sperare, ti fanno crollare, ti sostengono e ti feriscono.

Ho imparato che l’amore non fa mai due pesi e due misure, che non è dare e ricevere a senso unico, e che non esiste l’amore non corrisposto, se non nelle pagine di Dante e Petrarca.

Ho imparato che ci sarà sempre qualcuno a cui non piacerà quello che facciamo e diciamo: nel buon senso, è importante procedere con sicurezza per la propria strada.

Ho imparato che la sofferenza, il dolore, la solitudine purificano, e che è necessario a volte vivere e attraversare il proprio deserto.

Ho imparato che bisogna seguire delle regole per stare bene, per il benessere del corpo e dell’anima, ma che talvolta la follia ci tiene vivi e alimenta la nostra luce e la nostra energia, e che darci una strapazzata ogni tanto va bene, c’è sempre tempo per inamidarci e stirarci, un numero infinito di volte.

Ho imparato che è fondamentale farsi domande e avere un approccio critico e stupito alla vita, e che non bisogna mai stancarsi di arricchire le risposte. La curiosità e la fame di conoscenza sono uno dei motori del mondo.

Ho imparato che le parole stanno a zero, se non vivi e agisci, è solo aria fritta.

Ho imparato che si può essere musoni ma imparare a sorridere, introversi ma imparare ad abbracciare le persone, diffidenti ma imparare ad abbandonare le corazze, irascibili ma imparare a contare fino a 10 e a mettersi nei panni dell’altro, che “sono così per carattere” non può essere un alibi, che è nostro dovere migliorarci, migliorare i nostri rapporti e vivere in modo retto e civile.

Ho imparato ad allentare il mio estremismo, a ricordare che ci sono infinite sfumature di grigio e di colori tra il bianco e il nero, e che bianco e nero sono la summa di tutti questi.

Ho imparato che va bene le strategie, la diplomazia, l’arte di persuadere e di vendere, ma c’è il momento in cui occorre che la verità e l’autenticità abbiano la meglio su tutto il resto.

Ho imparato che il “successo” è frutto sì della fortuna e delle condizioni esterne, ma che la maggior parte delle volte siamo noi a non voler alzare il culo e a trovare delle scuse.

Ho imparato ad avere una considerazione altissima di  chi si prende la briga di dirmi qualcosa di spiacevole, di farmi una critica costruttiva, e a riconoscere chi lo fa perché mi vuole bene o perché vuole solo colpirmi e rendermi debole.

Ho imparato che ci vuole pazienza, che è giusto dare 1, 10, 100 possibilità, ma che bisogna fiutare immediatamente quando è il momento di dire “Adesso vattene affanculo!”

Ho imparato che le persone che sanno mettersi in discussione e che accolgono il dubbio nella propria vita sono preziose.

Ho imparato che il tempo non cancella niente, che le persone che abbiamo amato rimarranno sempre con noi, che le grandi cose si costruiscono giorno per giorno, mattone dopo mattone, solo allora diventano grandi, solide, indistruttibili.

Ho imparato che niente è ciò che sembra, ma che a volte è esattamente ciò che sembra.

Ho imparato che la felicità e la gioia risiedono nella verità delle cose, che l’inganno ci erode e la bugia ci consuma lentamente.

Ho imparato che chi ci ama lo fa davvero per tutto quello che siamo, e che al di là delle tempeste più distruttive, l’amore e il bene sopravvivono sempre.

ps: no, non sono in lizza per il Nobel per la pace…avevo solo bisogno di un promemoria 😀

 

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Delle vacanze

Solo due giorni e le vacanze sono già un ricordo lontano.

Ho tirato fuori i bikini dal cestello della lavatrice e li ho fissati in un misto di incredulità e sconcerto-manco si fossero trasformati da poverissimi Tezenis in La Perla tempestati di Swarovski- imbaccuccata nel pigiama autunnale fresco lana che ho dovuto recuperare in fretta e furia dall’ultimo cassetto in fondo vista la lieve escursione termica domenica/lunedì.

Persino sulla Tirrenia, durante il mio viaggio di ritorno dalla Sardegna insieme a pinguini, orsi bianchi e tutta la fauna dei Poli protetta dalle Golia Bianca, la temperatura era più gradevole.

Per non parlare dell’altro tipo di fauna. Turisti-posto-ponte infrattati pure dentro le scialuppe di salvataggio e le cassapanche dei salvagenti, in braccio a sconosciuti su giacigli improvvisati, mentre la voce fuori campo, in perfetta dizione napoletana,  si spendeva in annunci di vario genere: “Si pregano i signori passeggeri di non occupare posti in più con borse- sacchi a pelo- pane carasau, pecorino e seadas al miele, di non APPORRE i piedi sulle poltrone, di non fare falò con pezzi di arredamento nautico, di non praticare del bungee jumping dal ponte principale.” Insomma, non avevo ancora messo piede a Roma ed ero già stressatissima.

Perché la vacanza non può durare una settimana, diciamoci la verità. Fai appena in tempo ad abituarti ai ritmi che rallentano, a godere dell’odore del vento e del profumo dell’acqua di mare, ad assaporare la meraviglia del lento passare delle ore tra la pagina di un Harmony, il Quesito della Susy e la pinzetta per scippare le sopracciglia- vero must della giornata in spiaggia- che già stai dentro la Smart, indecisa se lanciarla a tutta velocità contro la Fiesta davanti che fa zig zag sul rettilineo perchè la beota sopra pensa di stare ancora sul quad a Sharm El Sheihk e guida col mignolo mentre telefona ridendo sguaiatamente-fuma-si ridà il mascara e batte la mano a tempo sullo sportello con M2o sparato a palla.  Almeno ti levi la soddisfazione.

Un anno intero ad abbracciare tutte le filosofie orientali e ad annaffiare ettari di giardini zen e in due giorni la signora di sotto che passa e non risponde al tuo saluto non è più provata da pensieri e preoccupazioni, dalla crisi, dal ragù e dall’alluce valgo. No. E’ stronza e basta. La vecchietta che ti sgattaiola davanti in fila dal fruttivendolo non ha la cataratta. Va presa e lanciata insieme al suo maledettissimo carrello tartan marrone sull’incrocio della Prenestina con i semafori in verde festante.

Perché fino a due sere fa stavi al tavolo di un suggestivo ristorante con vista mare, luci e lo Yacht di Cavalli, con il tuo amore che ti sussurrava parole dolci imboccandoti calamaretti in pastella e tonno scottato su erbette profumate e in forma smagliante grazie ai 27 km giornalieri di passeggiata in acqua a mezza coscia che combattono la ritenzione idrica e ti hanno finalmente fatto entrare in quei benedetti leggings di pelle comprati 3 anni prima.

Due sere fa capite? In meno di 48 ore mi sono abbrutita che neanche la Befana in un anno di isolamento senza ceretta per prepararsi al 6 gennaio, con Barbara D’Urso su Canale 5  e il tizio del palazzo di fronte che mi stalkera ogni volta che esco in balcone mentre tiene il conto delle mie mutande di pizzo stese ad asciugare.

Il prossimo anno passerò le ferie a casa, ho deciso. Rimarrò a Roma, sdraio in balcone e Arturo che mi fa le fusa sui piedi, The dark side of the moon a tutto volume e una buona bottiglia di Vermentino di Gallura.

Niente spiagge bianche, cocktail tropicali a bordo piscina e shopping frivolo tra le bancarelle di Porto Ottiolu. Forse il jet lag da rientro sarà meno traumatico.

Buon anno di lavoro a tutti voi! 😀

 

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Delle solitudini

5 agosto.

Una Roma non ancora deserta.

Auto in giro, vita che freme sulle strade battute dal calore del mezzogiorno.

Qualcosa nell’aria sa già di solitudine.

Il vialetto del condominio è immerso in un silenzio irreale nelle lente ore pomeridiane, e i signori dell’appartamento accanto non mi svegliano più alle 7.00 del mattino litigando sulla spesa fatta al mercato.

La vecchietta del balcone di fronte non è sulla sua sedia, punto di osservazione privilegiato delle intricate vicende del palazzo. Le serrande sono abbassate, le piante scomparse, forse lasciate alla vicina perché si curi di annaffiarle.

La tenda all’ottavo piano sbatte pigramente, la sera solo un paio le luci accese, pochissimi i rumori dalla strada. Una coppia cena muta, illuminata in modo grottesco dai flash della tv.

Preludio di solitudini. Di vite che rallentano. La mia, le altre.

Cammino per le strade deserte di mezzanotte, fissando la luce ad intermittenza di un lampione curvo. Sorrido rassicurante come se fosse un amico di vecchia data.

Faccio pace con l’asfalto.

Mi accorgo delle erbette spontanee che fanno capolino tra il marciapiede e il muro della farmacia. Degli alberi lungo la via. Sto col naso all’insu’, a cercare le stelle che appaiono e scompaiono tra le foglie.

L’aria sa di mare e di libertà. Ma forse è solo la mia fantasia. E’ calda ma leggera, mi accarezza gentile, come se volesse adagiarsi su di me, finalmente riposare.

Si placa l’ansia, la paura. La vita si è fermata un giro. Mentre il mondo prepara valigie, passaporti, secchielli e palette colorate, io rimango ad osservare gli spazi vuoti, custode silenziosa di una città che sembra, adesso, chiedere la mia compagnia.

Un tram mezzo vuoto scorre sui binari sgangherati. Vorrei salire senza una meta. Solo per lasciar scorrere le immagini davanti agli occhi e fissare cosa c’è dietro, oltre le ore frettolose, oltre i corpi, oltre le menzogne. Il muro che è solo muro, il ponte severo della tangenziale, il semaforo infinito dell’incrocio quello grande. Gli oggetti inanimati che prendono vita come se fossero riflessi sull’acqua di uno stagno, in un movimento ipnotico e regolare.

In questa bolla temporale io respiro, a polmoni pieni, sento la vita scorrermi forte dentro. E’ tutto così lontano, tutti gli affanni, “le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni, di chi crede che la realtà sia quella che si vede.”

Il profumo del caffè nella cucina deserta. Piedi nudi sul pavimento. I Tuoi occhi nel sole, e nell’oscurità. Il verde che cambia nelle ore che passano. I Tuoi occhi d’ Infinito.

Questa solitudine di agosto sei Tu. Delicata come una Tua carezza, forte come le Tue parole. Potente come il silenzio di sguardi che piegano l’acciaio. Come la morsa delle Tue mani attorno al mio cuore.

 

 

“Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.”

(Montale, Ossi di seppia, 1925)

 

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Dei libri (e dei giornali, dei fumetti, del kindle)

I ricordi legati alla carta stampata risalgono alla primissima infanzia.

Credo che in clinica, quando mi portarono tra le braccia di mia madre quel lontano 4 gennaio 1981, tra le fasce ci fosse già avvolto un giornaletto di “Braccio di Ferro” – Poldo special edition (da cui forse la mia pingue adolescenza).

Tutto il resto della collezione, insieme a quella di “Geppo”, “Nonna Abelarda” e “Felix”, la completai durante le lunghe notti stesa sullo scendiletto del lettone di mamma e papà.

Con ancheggio Pantera Rosa mi lanciavo a terra prima che il Sottufficiale della Marina Militare Salvatore Fronteddu potesse percepire lo spostamento d’aria (non credo abbia mai davvero dormito in vita sua, e negli anni avrebbe azzeccato sempre i nanosecondi di ritardo sull’orario di ritirata, ciascuno dei quali mi costava 1000 lire della paghetta settimanale, e la minuziosa disamina delle bollette del fisso in cui le mie telefonate erano evidenziate in rosso-lettera scarlatta- simbolo di infamia). Nella semioscurità facevo mattina con il naso ficcato dentro quelle pagine dall’odore meraviglioso.

Verso i 10 anni scoprii le ludoteche e le biblioteche: posti in cui potevi leggere gratis quanto volevi e addirittura portarti i libri a casa. Mi sembrava incredibile!! Lessi tutta la letteratura per ragazzi dell’epoca- “Ascolta il mio cuore” di Bianca Pitzorno uno dei più belli- e passai ai classici negli anni delle medie e delle superiori.

Ho amato follemente Elsa Morante, Kafka (O_O); Orwell, D’Annunzio, Mann, Pavese, Verga, Pirandello, e la poesia di Montale, Pascoli e Leopardi. Ho completato Stephen King, Patricia Cornwell, e poi Palahniuk, Roth, Lansdale, e la narrativa italiana contemporanea: Ammaniti, Gamberale, Avallone, Rossana Campo, D’Avenia, Mazzantini. Li nomino come se parlassi dei miei migliori amici.

La prof. di lettere al liceo, che ricordo con affetto nonostante le interminabili lezioni sui Promessi Sposi, un giorno disse: “Ragazzi, ricordate, è molto importante che nel corso della vostra vita leggiate delle riviste; sceglietene anche una sola, ma siate costanti, tenetevi sempre aggiornati.”

Io presi alla lettera e cominciai l’infinita collezione di “Specchio” de La Stampa, scelta dettata dal fatto che l’allegato al quotidiano vedeva la luce proprio in quei giorni e mi sembrava fantastico poter iniziare la mia raccolta proprio dal numero 1.

Cominciò così anche la passione per le edicole.

E’ come il richiamo del miele per gli orsi: ne vedo una e non posso fare a meno di avvicinarmi. Rimango lì, incantata nella lettura di titoli e nella contemplazione delle immagini.

Le mie preferite sono quelle grandi e fornitissime, dove trovi le pubblicazioni più rare e fantasiose: “MAD- Macchine Agricole Domani”, “Italia Imballaggi”, “Il mio Cavallo” , e quelle di stazioni e aeroporti, immerse in un’ atmosfera di costante movimento.

Di solito acquisto Glamour, Vogue, Wired, ma se mi lascio prendere la mano sono capace di uscire con un malloppo intrasportabile (lo capisco quando il tipo mi dice:”Signorina, che vuole una busta??”) e gli occhi che brillano come se mi stessi portando a casa un Rolex Lady-Datejust Special Edition in oro rosa e diamanti.

“Tu Style”, “F”, “Vanity Fair”, “Millionaire”, “Focus”, “Cosmopolitan”, passando per “Dylan Dog”, “La Settimana Enigmistica” (che scatenava sempre lotte in casa per chi doveva riempire per primo il cruciverba di copertina- al secondo posto “Unisci i puntini”), “Top”, “Di Più”, “Chi”, “Vero”.

Una giornata al mare o un viaggio in aereo diventano un’ottima scusa per svaligiare l’edicola di turno, mentre di solito cerco di girare al largo per evitare di dissanguare giornalmente le mie finanze.

Dal parrucchiere la prima richiesta non è “Taglio e piega!” , piuttosto “potrei avere QUALCHE rivista??” . La tizia di turno cerca di imbastire una relazione umana mentre armeggia con le ciocche, ma demorde puntualmente constatando di essere completamente ignorata ad appannaggio delle ultime sensazionali news sul figlio di Belen e Stefano (un’altra mia grande passione è il gossip, nostrano e internazionale…Signorini mi fa un baffo…provare per credere!)

Negli anni ho sublimato questa esigenza con il web, che non ha certo il fascino della carta stampata, ma offre comunque i contenuti più vari e una possibilità di aggiornamento minuto per minuto.

Per non parlare della comodità di ordinare con un click un libro in versione Kindle su Amazon e leggerlo anche alle 4 di notte, ebbrezza che non mi impedisce di sciorinare con boria la tessera “Biblioteche di Roma” che neanche una American Express Centurion Black.

C’è una frase di Pennac che amo molto: “Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere”

Credo sia così: leggere è vivere altri mondi, altri tempi, altri pensieri.

E’ aprirsi a Possibilità.

E’ credere nell’infinita forza creativa della nostra mente.

Siamo ciò che vogliamo, se tendiamo tutto il nostro essere verso l’aspirazione a raggiungerlo.

 

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.” Gustave Flaubert, “Lettera a Mille de Chantepie”, 1857

“Vivere senza leggere è pericoloso, ci si deve accontentare della vita, e questo comporta notevoli rischi.”
Michel Houellebecq,  “Piattaforma nel centro del mondo”, 2001

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Da “Discorso della testimone”. Matrimonio di Giovanna e Maurizio, 12 luglio 2014

Ps: ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

1997, Interno giorno.

No, forse tardo pomeriggio.

Una musica in sottofondo, proveniente dalla radio portatile Grundig della zia Amalia, lasciata lì in cucina , con l’FM sintonizzato su Radio Nostalgia e i migliori successi di Nilla Pizzi.

E’ la soundtrack della pubblicità anni ’80 della lavatrice Margherita Ariston. Un vero cult.

Non vi sto qui a tediare sul perché e per come, ma sappiate che e’ da lì che iniziò tutto. Una vacanza se vogliamo, ma soprattutto, la storia di un’amicizia.

Perché io e questa splendida donna siamo sì cugine, ma, consentitemi, prima di tutto amiche e anime affini. Affini nei gusti, nei pensieri, in una certa visione della vita.

Affini fin dai 16 anni nella scelta di portare in campeggio tutta la collezione primavera estate ’97-’98 di Scarpe Superga, per la felicità della zio Saro, che non aveva più una camera da letto ma un vero e proprio Valmontone Outlet Fashion District, tanto da prendere la drastica decisione di fuggire a gambe levate dal bungalow insieme alla zia Amalia, lasciando me e Giovanna in vacanza da sole, anche perché eravamo affidate alla stretta, severa e inattaccabile sorveglianza di suo fratello Eugenio. Una vera sicurezza.

Non starò qui a raccontare le avventure di quell’estate, e dell’estate successiva, quest’ultima tra l’altro disastrata dalla presenza dello zio Salvo (mio papà), affiancato dopo che Eugenio era stato valutato del tutto incapace nel ruolo di tutore. Lo zio Salvo, con la tipica elasticità e morbidezza che il regime sardo e militare gli avevano trasmesso, risultava d’altronde più persuasivo (e adesso a lavare i piatti, e alle 20.30, si spengono le luci!!!)

Ma neanche lui riuscì a fermarci. I vestiti che pigiavano ammassati nella cabina armadio erano troppi e tracotanti, come il nostro spirito che, libero e gioioso, scalciava inquieto. Così anche Eugenio, declassato al più semplice ruolo di assistente allo specchio (in pratica doveva staccarlo dal muro del bagno e muoverlo a nostro piacimento per farci vedere meglio come cadeva il vestito, una sorta  di antenato del selfie) divenne vittima predestinata della nostra esuberanza.

Quante avventure, quanti momenti vissuti insieme Giò, tanti che alcuni non li ricordo più, altri sono talmente nitidi che mi sembrano successi ieri.

Le prove del balletto “La le pap qualcosa” sul vialetto del campeggio. La tutina al mercato di Marina di Carrara, che Eugenio non voleva proprio comprarti. Alla fine te l’ha comprata: la tua meravigliosa testardaggine, che ti ha fatto raggiungere obiettivi così alti nella vita, la spuntava già allora su tutto. Le scorribande in risciò nella Pineta e le lezioni di pattinaggio sotto casa, con le incursioni sonore del vicino un pò matto che sul più bello urlava: “Velenooooo!!”. Le lezioni di aerobica, io tu e Santi sempre insieme, io la più elastica, voi le più forti di braccia e addominali. Le abbuffate di dessert di Cravagno, sedute su un muretto scalcinato, le corse sul lungomare e per finire la mega coppa di gelato di Ernesto con Simo, Vanessa e le altre.

Per poi ritrovarsi qui a Roma, ancora insieme, a inondare di lacrime da Via Antonelli a via Chelini a scendere fino giù a  Piazza Euclide, ognuna con i suoi affanni, con le paure dell’essere, improvvisamente, adulte. Ma pronte ancora a divertirsi e a picchiare forte, su questa vita.

Caro Maurizio.

potrei raccontarti tante e tante cose, ma non vorrei frastornarti troppo. O spaventarti.

Voglio dirti solo: benvenuto.

Benvenuto da Bosch e Black&Decker- di cui una è tua suocera e lì ringrazierei Dio del fatto che viva a Catania – la leggendaria coppia di trapani multiuso di ultima generazione, aggiornate alla versione 3.0 caschetto biondo perforante. Ti auguro di non incontrarle mai in coppia. Benvenuto da Eugenio, che fossi in te non mi farei mai nemico, se tieni alla tua reputazione, in particolar modo durante cene e riunioni di famiglia, in cui sarebbe capace di raccontare le tue peggiori e vergognose defaillance facendoti schifare persino da tua madre. Il tuo proverbiale aplomb ne risentirebbe senz’altro. E benvenuto da me, che sarò sempre in prima fila nel proporre a Giovanna rave party, appuntamenti al buio, week end all’amnesia di Ibiza , cocktail di alcol e droga e cenette con i modelli della mia agenzia, in tenuta California dream men.

Ma soprattutto benvenuto da quella che da poche ore è tua moglie: e qui fammi fare un pò l’avvocato del diavolo, senza nulla togliere alla tua avvenenza fisica, alla tua arguta intelligenza e ai tuoi modi sopraffini: a Maurì, ma quanno te ricapitava una così!!

Bellissima, intelligente, volitiva e ambiziosa ma anche straordinaria donna di casa e angelo del focolare. Chi altro poteva così amorevolmente costringerti a 10 km di corsa ogni mattina alle 5 , a deliziosi pasti a base di sole foglie di insalata e abbondanti bacche, e a cancellare definitivamente dalla tua vita dolci, carboidrati e grassi saturi! La tua bilancia senz’altro, ringrazia.

Ma bando alle ciance e alle burle adesso.

Voglio concludere questo discorso con una raccomandazione seria. Non perché io sia saggia o chissà che. In amore in fondo siamo tutti un po’ scolari in grembiule al primo giorno di scuola. Ma una cosa mi sento di dirvela, dal più profondo del cuore. Quando litigherete (perché litigherete), quando vi lancerete i piatti (perché ve li lancerete) quando Giovanna ti beccherà di notte davanti al frigo a rimpinzarti del suo Tiramisù light e ti urlerà “Da te non me lo sarei mai aspettato, porco!” fatemi un favore, fate una cosa. Per 10 minuti fate quello che vi pare, ditevi le peggio cose, poi fermatevi. Guardatevi in silenzio per qualche secondo (in alcuni casi già li vi scapperà da ridere). E poi abbracciatevi. E ripartite da lì.

Vi voglio bene.

 

 

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Dei treni

Quest’anno per motivi di lavoro mi è capitato di prendere parecchi treni. Milano, Bologna, Torino. Frecce rosse, bianche, argento e gialle a gògò.

Devo dire che prendere il treno mi piace. E’ semplice raggiungere la stazione, con un tram che passa direttamente davanti casa mia, e all’arrivo mi trovo già in centro città pronta ad imboccare la prima metro utile.

La stazione Termini è un’allegra fucina ricca di spunti folkloristici e multiculturali: tanti simpatici venditori ambulanti, distinti Rom che si offrono di aiutarti nelle operazioni di stampa del biglietto in cambio del tuo portafogli o che addirittura ti caricano i bagagli sul treno, al modico compenso del borsello di tuo marito o del tuo beauty Sephora paillettato, sfilati via al primo attimo di distrazione.

Se per caso ti capita di dover spostare l’orario di partenza o chiedere qualche informazione, stai sicuro che non avrai mai meno di 500 numeri davanti a te, e dopo aver eroicamente resistito per i primi 200, spostato il peso da una gamba all’altra, ascoltato l’intera compilation sull’iPhone, letto i cartelloni pubblicitari e il bugiardino della scatola di Moment Act dalla borsa, anche tu crollerai per terra stile homeless, seduta scompostamente accanto al viaggiatore che ti sembrerà meno spaventoso: ascella pezzata e sandalo con calzino bianco batte psicopatico con occhiale da stalker 1 a 0.

Per sicurezza arrivo sempre una buona mezz’ora prima: giretto veloce a L’Occitane en Provence e immersione furtiva nella boccetta di Magnolia prima che la commessa fiuti la mia presenza e mi proponga senza insistere la nuovissima linea di diffusori per ambiente alla foglia di fico; Borri Books al volo, per evitare di essere risucchiata dalla ricchissima scelta di volumi del piano di sotto e rischiare di dimenticarmi persino come mi chiamo; Cafè Express per acquistare una bottiglietta d’acqua ed uscirne ogni volta con un biberon da un litro e mezzo di acqua Panna (che ODIO) perché il distributore automatico è sempre, tassativamente, bloccato.

In attesa davanti al tabellone, non appena si illumina il numero del binario prescelto mi accodo agli altri viaggiatori che ordinatamente, senza correre per niente e senza travolgermi con trolley Carpisa di varie fatture e grandezze, si dirigono verso il treno.

Di solito scelgo il posto finestrino: adoro immergermi nei miei pensieri guardando la campagna che scorre veloce con della buona musica nelle orecchie, e al momento giusto poggiare la fronte sul vetro per un buon sonnellino ristoratore: è lì che il solerte controllore Fs Trenitalia giunge al mio posto, e dopo vari tentativi per attirare la mia attenzione è costretto a strattonarmi per la manica e sorridere ebete chiedendomi il biglietto. Se sono sveglia invece lo freddo prima che possa aprir bocca con un indecifrabile codice alfanumerico (il PNR o penultima lettera del codice di prenotazione, n.d.r.), capace di far strabuzzare gli occhi al passeggero di fronte, certo di aver appena visto compiersi un rito misterioso e incomprensibile, uno scambio di parole d’ordine tra agenti segreti, un losco affare insomma. Inizia quindi a guardarmi in cagnesco e, su richiesta del biglietto, tira fuori un atto di compravendita immobiliare di 200 pagine, rilegato e con intarsi in filigrana oro e marche da bollo, il tutto conservato in una cartellina in plastica trasparente come fosse una reliquia con su scritto “Agenzia di viaggi Collina Felice prenotazione “advanced booking 90 days” Sig. Guglielmo Randone”. E pensare che credevo di essere un tipo ansioso.

Il viaggio continua sereno e non appena riprendi sonno ecco che un gioviale signore napoletano decide di raccontare a tale Marisa e al vagone intero, con dovizia di particolari, la sua ultima visita dal dentista, arricchendo la descrizione con espressioni onomatopeiche, metafore e non meglio precisati intercalari del suo adorabile vernacolo. Neanche i Pantera sparati a palla nelle orecchie riescono a sovrastare il volume della sua voce.

Improvvisamente poi, tutti cominciano ad agitarsi: sbadigliando guardo l’orario, mentre le valigie crollano dalle cappelliere e la gente si ammassa verso l’uscita. Mancano 20 minuti all’arrivo. Vorranno guadagnare una buona posizione nella fila per i taxi, penso io. Impossibile andare in toilette per una ritoccatina prima dell’arrivo, il corridoio è completamente intasato. Alla fine riesco a scendere, con il mio piccolo Trolley Fergi blu e rosso, la mia borsetta e le cuffie sempre nelle orecchie, mentre la gente mi sfreccia nervosa da ogni lato.

Ma che c’avranno tanto da correre questi? C’è un premio a fine giornata?

Passo da Hudson News per una lettura veloce delle principali testate di Gossip, un caffè e con il sole in faccia (o nel cuore, se piove-cioè sempre-) sono pronta ad affrontare la mia giornata di lavoro. Felice, nel bene e nel male, di poter assistere ogni giorno al grande miracolo delle diversità umane, e ringraziando Dio di fornirmi sempre e al momento giusto abbonanti quantità di numeri da contare, di respiri profondi e aforismi di Osho.

Ps: non sono proprio sempre sempre così zen eh

Chiedete al mio coinquilino quando prova a parlarmi la mattina.

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